Per circa due anni, ogni giovedì pomeriggio, ho lavorato come formatrice all’interno di Play District (Spazi Civici di Comunità), un progetto ministeriale con l’obiettivo di creare un hub di aggregazione giovanile, trasformando le associazioni del territorio in spazi per attività sportive, educative e sociali.
Sono stata coinvolta dalla Cooperativa ApPunto come professionista della comunicazione e ho seguito i ragazzi che frequentano il Centro Giovani con obiettivi diversi: tra loro infatti c’era chi voleva imparare tecniche per trasformarle, un giorno, in un lavoro; chi invece veniva per stare in compagnia e imparare a usare social e strumenti digitali in modo più consapevole.
Per me questo progetto ha avuto un valore personale prezioso. Quasi due decenni fa il mio percorso professionale aveva preso il via da un’esperienza simile: si chiamava Giovaninrete e coinvolgeva lo stesso territorio su cui oggi lavora Play District, la collina della prima cintura di Torino.
Tornare tra i ragazzi, dopo anni, per “restituire” ciò che avevo imparato allora è stata la spinta ad accettare questo percorso.

Le sfide (e la prima lezione)
L’ostacolo più grande è stato il confronto con un una generazione molto diversa dalla mia: la Gen Z. Social media, fotografia e video sono le materie su cui abbiamo lavoriamo insieme, ma la vera differenza non sta negli strumenti: è nel modo in cui apprendono e interagiscono con i media digitali.
I ragazzi di oggi non vogliono (solo) teoria. Vogliono pratica, vogliono mettersi in gioco. Per me è stata una sfida trovare metodi per tenere alta l’attenzione e rendere l’esperienza davvero coinvolgente.
Ed è qui che ho imparato la prima lezione, quella che poi vale anche per chi comunica online: non possiamo comunicare con metodi vecchi. Servono linguaggi nuovi, ma soprattutto serve la disponibilità a mettersi in gioco e stimolare creatività e curiosità verso il nostro pubblico, che sia una classe di giovanissimi o che siano utenti dei social.
Sarebbe stato più semplice proporre lezioni “classiche” sulla composizione fotografica o sulla teoria degli ISO, ma la realtà è che facendo (e mettendo le mani in pasta) hanno imparato più di quanto avrebbero fatto in mille spiegazioni. La dimostrazione sta poi nei risultati: una mostra fotografica realizzata interamente da loro, che ha poi aperto la strada ad alcuni di loro di trasformare la macchina fotografica in veri e propri lavori retribuiti.
Un comunicatore, come un formatore, deve sapersi adattare e adeguare la strategia alla realtà che ha di fronte. È questo che distingue chi lavora con metodo da chi si improvvisa: magari conosce le “tecniche infallibili”, ma nella pratica non porta risultati.

Cosa è successo sul campo
Una delle cose più preziose che questi ragazzi mi hanno trasmesso è la genuinità nell’avvicinarsi a strumenti che usano ogni giorno, pur non avendoli mai considerati come un possibile percorso professionale.
A un certo punto, ad esempio, è emerso un tema che mi sta molto a cuore: riconoscere il lavoro e dargli un valore. C’era chi amava già fare foto ma non aveva mai pensato che documentare la festa di compleanno di un amico (invece di godersi la serata) potesse essere una prestazione da retribuire, ad esempio. Da lì si è aperto un confronto concreto su come riconoscere il lavoro e su quanto fosse giusta una retribuzione adeguata alla prestazione.
Dopo alcune lezioni ho deciso di buttare il cuore oltre l’ostacolo e portarli a una manifestazione a Torino per farli testare sul campo tutto quello che avevano imparato nello studio improvvisato realizzato nell’aula delle lezioni. Il risultato è stato sorprendente: non solo hanno realizzato immagini interessanti, ma hanno provato lo stare “sulla strada”, muoversi, leggere la scena e allenare l’occhio fotografico ai tanti stimoli che spesso ci passano sotto il naso senza che ce ne accorgiamo.

L’output finale, una mostra (e un tema tutt’altro che semplice)
Il lavoro realizzato in questi mesi è stato poi esposto in una mostra fotografica . L’esposizione è nata attorno a un tema da loro proposto – e tutt’altro che semplice -: il Contrasto.
Gesti quotidiani che, a seconda di come vengono rappresentati, comunicano ed emanano emozioni diverse.
E visto che PlayDistrict comprendeva diversi linguaggi comunicativi, alla fotografia sono stati affiancati testi e canzoni scritti da loro, che hanno accompagnato il visitatore in un viaggio dentro il loro mondo, quello della Gen Z.
Il primo contatto con il pubblico è stato indubbiamente un’emozione forte, per loro e per me. Vederli mostrare il proprio lavoro, raccontare da come sono nati quegli scatti e seguirli tra i corridoi delle sale espositive è stata una grande soddisfazione per tutti.
Perché lo faccio?
Fornire strumenti utili per il lavoro è la mia missione. Farlo con ragazzi che saranno i professionisti di domani ha aiutato me stesa a testare l’efficacia del mio metodo “boutique”.
Quello che Jessica sta facendo al Play District/ Centro Giovani di S. Mauro è meraviglioso. Sono la mamma di una dei tuoi studenti che, anche grazie a te, si sta appassionando al mondo foto/video e sta pensando di farne una professione domani. Chissà che la tua passione non sia stata la scintilla per intravedere un percorso meno scontato di altri!🙂
Grazie per quello che fate!❤️
La comunicazione di domani sarà in mano a chi saprà raccontare storie vere con competenza tecnica. A chi sarà curioso. A chi saprà adattarsi a tecnologie che evolvono sempre più velocemente.
Quello che oggi ci sembra futuro (penso all’uso sempre più consapevole dell’Intelligenza Artificiale) domani sarà già passato. Per questo avere ragazzi formati, pronti alle sfide e reattivi agli stimoli è importante per un mestiere, quello del comunicatore, che deve adattarsi ogni giorno.

